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di Mario La Ferla
Quel maledetto imbroglio di via Telchines
Il primo ottobre 1974, nel sito preistorico di Akrotiri,
nell’isola di Santorini, moriva in circostanze tragiche e misteriose
l’archeologo greco Spyridon Marinatos. Era famoso e ammirato in
tutto il mondo, aveva avuto un carriera ricca di successi e onori, era
stato ossequiato dai politici, dalle istituzioni culturali e dalla chiesa.
Nella città minoica, riportata alla luce dopo 3600 anni, quel primo
ottobre Marinatos si trovava nella via Telchines, l’arteria principale
di Akrotiri. Era solo, abbandonato
dai collaboratori e dagli operai che avevano lavorato con lui dall’estate
del 1967.
Quell’anno l’archeologo aveva iniziato gli scavi, convinto
di intraprendere un’impresa grandiosa. Fin dagli anni Trenta si
era convertito, sulla base della lettura dei “Dialoghi” di
Platone, all’idea che Santorini fosse la mitica Atlantide.
Da allora dedicò le sue energie alla ricerca del continente perduto,
sacrificando affetti familiari, vecchie amicizie, successi accademici,
perdendo infine anche l’onore.
Con le sue teorie, Marinatos fece tremare un angolo del pacifico mondo
dell’archeologia classica, dominato non soltanto da studi e amore
per la ricerca, ma anche da pressioni ideologiche e da forti interessi
economici.
Quando la morte lo colse, i colonnelli, che avevano preso il potere in
Grecia con il colpo di Stato del 21 aprile 1967, erano caduti da poco
meno di tre mesi. Nel luglio del 1974, il ritorno trionfale ad Atene del
vecchio leader Konstantinos Karamanlìs riportò la democrazia
nel paese.
Marinatos si era schierato dalla parte dei colonnelli fin dall’inizio
solo per calcolo, senza entusiasmi di parte, nella speranza di poter lavorare
con maggiore impegno al suo ambizioso progetto di Atlantide, con le sovvenzioni
che i suoi amici di Atene gli avrebbero concesso. In particolare, si mostrò
amico di Georgios Papadopoulos, il più spietato del triunvirato
militare.
Rimasto a Santorini dopo il tramonto della dittatura, Marinatos continuò
a scavare ad Akrotiri, in attesa di una epurazione certa da parte del
nuovo governo democratico. Il primo ottobre, arrivò invece la fine.
Tragica, perché causata molto probabilmente da una ferita alla
testa. Misteriosa, perché nessuna autorità ha mai spiegato
le cause della morte.
Il corpo di Marinatos fu deposto, senza funerale o altre cerimonie, nella
stanza numero 16 del palazzo Delta, sulla via Telchines, proprio dove
l’archeologo stava lavorando. Venne alzato un muro di cemento e
da allora di Spyridon Marinatos si sono perse le tracce. E’ stata
oscurato.
La congiura dell’oblio ha fatto sì che della sua vita discussa
e della sua morte oscura non si parlasse mai più. Le autorità
politiche e accademiche, i media, il mondo intero dell’archeologia
che tanto lo aveva osannato o criticato, lo hanno dimenticato.
Dopo 28 anni dalla morte abbiamo scoperto che il corpo di Marinatos è
stato trafugato dalla stanza numero 16 del palazzo Delta. Dove è
stato trasferito? Nessuno vuole rispondere. E’ un rebus intrigante,
un “giallo” cupo e ammaliante. Dietro alla morte di Marinatos,
alla sua frettolosa sepoltura e alla risolutezza con cui l'hanno scaraventato
nel regno del silenzio, e adesso dietro alla scomparsa del suo corpo,
si nasconde qualcosa di inquietante. Forse un ricordo imbarazzante, un
episodio oscuro, oppure una decisione infelice, un atteggiamento impopolare
o anche un passato scabroso, una vita in chiaroscuro. Senza dubbio, un
segreto inconfessabile.
Brutta la sua storia. Popolata di folli sognatori di isole scomparse e
poi riapparse, di filosofi e scienziati legati a sette segrete che sostennero
la nascita di dottrine che avrebbero buttato all’aria il mondo,
di golpisti, spie, mafiosi, banchieri spregiudicati, politici corrotti
e giudici compiacenti, cardinali avventurosi, ladri, terroristi, assassini
di mestiere. Il silenzio ufficiale è comprensibile.
Ma le circostanze della morte violenta di Marinatos, le sue amicizie politiche,
i misteriosi e imbarazzanti retroscena nascosti dietro al golpe dei colonnelli
che coinvolse servizi segreti americani, picciotti di Cosa nostra e perfino
la banca del Vaticano, e poi le teorie “allarmanti” su Platone,
Atlantide e le società occulte che in Germania portarono alla nascita
del partito nazionalsocialista, il rancore della gente di Santorini che
conobbe la sofferenza dell’invasione tedesca e che non ha mai superato
lo steccato del risentimento, infine l' attività sanguinaria del
gruppo terroristico "17 Novembre" e gli interessi legati alla
presidenza greca dell’Unione europea nel primo semestre del 2003
e soprattutto alle Olimpiadi di Atene del 2004, insomma questo grande
e composito scenario rompe la congiura del silenzio su uno degli episodi
più torbidi della storia contemporanea greca e dell’intera
storia dell’archeologia.
La tattica dell’oblìo, che per tanto tempo ha ostacolato
i tentativi di chi voleva scoprire la verità, è stata annullata
di colpo nell’estate del 2002, dopo lo smantellamento di “17
Novembre”. Il gruppo aveva esordito sulla scena del terrorismo nel
1974, subito dopo la caduta dei colonnelli. Molti indizi, che emergono
dal processo iniziato ad Atene il 4 marzo scorso, fanno risalire il battesimo
del fuoco all’autunno di quello stesso anno. Forse su un’isola,
dove, tutto solo, c’era un “nemico del popolo” da giustiziare.
Può essere questa la chiave di lettura del “giallo”
della morte di Marinatos. Però gli scenari della sua fine non escludono
altre ipotesi, altrettanto spietate e inquietanti. Resiste la pista della
vendetta politica, ma si fa strada anche l’ipotesi della eliminazione
di uno scomodo testimone che conosceva tutti i più imbarazzanti
retroscena del finanziamentto del golpe dei colonnelli da parte delle
banche di Michele Sindona insieme con una banca controllata da Cosa nostra
sotto la regia della Cia. La ricostruzione della vita e della morte dell’archeologo
rispettato e discusso
prima, completamente dimenticato dopo, con la scoperta dei retroscena
che coinvolgono i partiti politici e i governi greci degli ultimi 28 anni,
con l’entrata in scena dei terroristi che hanno impunemente insanguinato
il paese per un periodo lunghissimo e degli apparati dello Stato, servizi
segreti in testa, che hanno lavorato per la più assoluta disinformazione,
e anche le istituzioni culturali, in particolare le Scuole di archeologia
internazionali che hanno scelto la via del silenzio, tutto questo groviglio
di suggestione e realtà è contenuto nel libro “L’uomo
di Atlantide”.
Per ricostruire il quadro completo dell’enigma della vita e della
morte di Spyridon Marinatos, è stato necessario penetrare negli
archivi blindati, frugare nelle redazioni di giornali greci, inglesi e
americani, rileggere montagne di documenti ufficiali destinati alla polvere.
Soprattutto sono stati affrontati altri problemi, molto più insidiosi:
le ipocrisie di chi ha sempre saputo e ancora tace, gli ostacoli creati
da quelli che hanno imposto il silenzio per la “ragion di Stato”,
per un frainteso senso dell’onore, o per imporre comunque la legge
dell’omertà in nome della convenienza.
AGGIORNAMENTO
Alla ricerca della
tomba perduta
Di solito,
e di regola, sono gli archeologi che cercano le tombe. E qualche volta
ne trovano di splendide. Howard Carter e lord Carnarvon fecero la scoperta
del secolo in Egitto, entrando nel sepolcro di Tutankamon. Di recente,
a Vergina, in Macedonia, archeologi greci hanno avuto il vanto di presentare
ai visitatori stupiti le tombe intatte della famiglia reale di Filippo,
il padre di Alessandro Magno. E si cerca ancora, con passione e tenacia,
proprio la tomba di Alessandro. Sono al lavoro da anni squadre di archeologi
di varie nazionalità all’opera in Iraq, negli antichi territori
della Mesopotamia, e in Egitto, addirittura tra i moderni palazzi del
centro di Alessandria. Resta uno dei due obiettivi più ambiziosi
del mondo dell’archeologia moderna. L’altro è rappresentato
dal palazzo e dalla tomba di Ulisse, a Itaca.
Con la regola degli archeologi che cercano le tombe degli antichi re,
principi e condottieri, contrasta in un certo senso l’eccezione
della ricerca della tomba di un archeologo. Quando Spyridon Marinatos
morì improvvisamente, in circostanze tragiche, nel primo pomeriggio
del primo ottobre 1974, nel sito preistorico di Akrotiri, nell’isola
di Santorini, mentre stava ancora lavorando alla ricerca della “sua”
Atlantide, venne sepolto in fretta e furia nel sito stesso. Dove? Nessuno
svelò il mistero. Soltanto molti anni dopo, due ricercatori e scrittori,
Charles Pellegrino e James W. Mavor jr., riferirono che la tomba di Marinatos
si trovava nella stanza numero 16 del palazzo Delta, nel cuore di Akrotiri.
Esattamente a due passi dal luogo in cui Marinatos cadde morto. I due
scrittori, però, non hanno mai voluto rivelare come appresero il
particolare della insolita sepoltura dell’archeologo greco. Sepoltura
insolita quanto “irriverente”, se si pensa che una delle regole
fondamentali dell’archeologia proibisce la collocazione delle tombe
degli archeologi all’interno dei siti che loro stessi stavano scoprendo.
Lo ha confermato il nuovo direttore degli scavi di Akrotiri, Christos
Doumas, allievo prediletto di Marinatos proprio a Charles Pellegrino:
“L’archeologo rispetta il sito più di qualsiasi altra
cosa al mondo. Non si può seppellire nessuno nel sito, specialmente
un archeologo”. E’ evidente che Marinatos non aveva dato disposizioni
precise sulla sua sepoltura, anche perché era tacitamente stabilito
che la famiglia lo avrebbe voluto seppellire nella tomba di famiglia,
nella città natale di Lixouri, nell’isola di Cefalonia. Quindi
Marinatos venne sepolto di nascosto nel palazzo Delta di Akrotiri, contro
la volontà della famiglia e contro le regole dell’archeologia.
Nel suo sepolcro segreto, nascosto da un muro di cemento, il corpo di
Spyridon Marinatos è rimasto fino alla primavera del 2000. Io stesso,
durante un sopralluogo ad Akrotiri, ho scoperto quasi per caso che la
tomba dell’archeologo non era più nella stanza numero 16
del palazzo Delta. Al posto della tomba c’era un traliccio di ferro
innalzato per sostenere una parte del nuovo tetto costruito per proteggere
gli scavi dalle intemperie. Dov’erano stati trasferiti i resti di
Marinatos? Nessuno, dentro e fuori il recinto degli scavi, ha mai voluto
rispondere a questa domanda. E’ possibile che la nuova tomba si
trovi ad Akrotiri stessa oppure in un luogo misterioso dell’isola,
probabilmente vicino alla spiaggia rossa, poco a sud del sito. E’
un rebus che può essere risolto sulla base di ricerche fatte con
metodi che assomigliano più alla tecnica investigativa che a quella
scientifica. Sono tre i punti sospetti. Ai piedi di una grande palma,
sotto un cumulo di pietre, alla fine dell’ingresso che porta direttamente
al sito. Oppure, sul poggio dove si trova ancora la casupola che Marinatos
usava come dormitorio: lassù, in mezzo a un praticello, c’è
una strana lapide di lamiera verde scolorita; può darsi che il
corpo di Marinatos sia stato sistemato proprio lì. Infine, la terza
possibilità è rappresentata dalla grande pietra che si trova
vicino all’alloggio degli operai che lavorano agli scavi.
Sono soltanto ipotesi: la verità è ancora lontana. Può
darsi, infatti, che il corpo di Marinatos sia stato spostato dal palazzo
Delta molto prima della nostra scoperta e portato chissà dove.
Oppure è stato effettivamente trasferito in occasione dei lavori
di scavo per collocare il traliccio di ferro. Ma resta la solita domanda:
dove si trovano oggi i resti di Spyridon Marinatos? Tutte le ipotesi,
a questo punto, sono valide. E si rafforza sempre più il dubbio
che di Marinatos non resti più niente. Nemmeno un pugno di polvere.
Ma la nostra ricerca non si ferma. Anche se la tomba non esiste più,
cercheremo di sapere come e perché sia stato perpetrato un simile
affronto.
Mario La Ferla
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